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LA RIVOLUZIONE DEL 1917

 L'impero russo era una monarchia assoluta, sotto gli zar Romanov era lo stato più arretrato d'Europa aveva raggiunto un'enorme estensione. Era abitato da popoli molto diversi (Russi, Finlandesi, Lettoni, polacchi, Mongoli, Calmucchi, Georgiani, Armeni, Ucraini, ecc.). occupava una nazione come la Polonia, che ambiva all'indipendenza. Quasi tutti i popoli che lo costituivano chiedevano almeno una maggiore autonomia, che tuttavia fu riconosciuta solo ai Finlandesi.

 Con la loro politica di "russificazione" gli zar imposero con la forza la lingua, la cultura e gli usi dei Russi alle altre popolazioni. Nicola II si circondò di personaggi ignoranti e corrotti, come il fanatico monaco Rasputin. Sfruttando con astuzia la debolezza di carattere dei regnanti, costui divenne il vero padrone della corte imperiale negli anni che precedettero la prima guerra mondiale e la Rivoluzione.Scoppiavano periodicamente delle ribellioni, sia nelle maggiori città russe sia nei paesi sottomessi. Alcune ebbero luogo nel 1905,subito dopo la sconfitta subita nella guerra contro il Giappone.

In breve, le sollevazioni popolari assunsero il carattere di una vera Rivoluzione, allargandosi a tutto il paese e persino alle forze armate (famoso è rimasto l'ammutinamento dell'equipaggio della corazzata Potemkin. Nicola II allora fu costretto a concedere la costituzione ed un parlamento, la Duma. Il numero di elettori ai quali venne riconosciuto il diritto di voto fu tuttavia molto modesto, e tale parlamento ebbe poteri assai scarsi. 

LE PRIME INDUSTRIE RUSSE

 Sorsero così, tra il 1870 circa e il 1910, importanti manifatture tessili (cotone, lana, lino) e complessi industriali, costruiti e venduti con il sistema "chiavi in mano" da grandi industrie occidentali. Come avviene ancora oggi nei paesi meno sviluppati, pur in condizioni di profonda arretratezza, la produzione raggiunse in alcuni settori livelli importanti. Ad esempio si sviluppò fortemente in Russia l'estrazione del petrolio, tanto che nel 1910 un quarto della produzione mondiale proveniva dai territori dell'impero russo. Intanto la popolazione cresceva notevolmente, passando da 70 milioni di abitanti nel 1850 ad oltre 161 milioni nel 1911(circa 5 milioni erano gli addetti alle industrie e alle attività minerarie). Tuttavia gran parte delle fabbriche era concentrata in poche grandi città, come Pietrogrado (così era stata ribattezzata l'antica capitale di San Pietroburgo), Mosca, Kiev, Rostov, Odessa, Baku. Quindi, in quelle particolari città esisteva una forte componente operaia e proletaria. Inquadrata e sostenuta dai socialisti, fu proprio questa base operaia a dare il sostegno maggiore alla Rivoluzione russa del 1917.

 MENSCEVICHI E BOLSCEVICHI 

L'opposizione dei socialisti al regime degli zar era clandestina: organizzazioni sindacali e partiti politici erano vietati perché il governo zarista li riteneva pericolosi e sovversivi, la stampa era sottoposta ad una rigida censura da parte della polizia. Si è calcolato che nel 1911 solo 40.000 operai o poco più fossero di nascosto iscritti ai sindacati. Non molti di più, e sempre clandestini, erano gli operai e i proletari che aderivano al Partito Socialdemocratico Russo. Nel congresso, tenuto a Londra nel 1903, tale partito si divise in due:

il Partito menscevico (questa parola, in russo, vuole dire "di minoranza");
il Partito bolscevico (che significa invece "di maggioranza").

I menscevichi erano il gruppo più moderato. Essi sostenevano che occorreva tentare una politica di riforme politiche e sociali alleandosi con la borghesia. Questo allo scopo di portare il Partito socialdemocratico ad essere legalmente riconosciuto e poi ad ottenere il successo in libere elezioni politiche.

I bolscevichi invece ritenevano che ciò non sarebbe mai stato possibile in un paese arretrato e quasi privo di una borghesia liberale come la Russia. Quindi, a loro modo di vedere, per realizzare qualsiasi tipo di cambiamento sarebbe stato indispensabile realizzare una rivoluzione e prendere il potere con la forza.

Mentre in Europa si erano affermati e diffusi il liberalismo e la borghesia, il movimento sindacale e i partiti socialisti, che a prezzo di dure lotte, avevano infine ottenuto la libertà di esistere e di agire.,in Russia, invece, il potere era in gran parte in mano alla nobiltà zarista, mentre scarsa per numero e per peso politico era la classe borghese.

Tutt'altro che diffusa era l'adesione al liberalismo, mentre i divieti contro l'attività politica e sindacale dei lavoratori erano fatti rispettare dalla polizia con spietata durezza. La differenza nelle idee politiche si rispecchiava nella diversa composizione sociale della base dei due partiti. I menscevichi raccoglievano i loro seguaci fra gli operai specializzati, i tipografi, i ferrovieri e anche fra i piccoli borghesi; i bolscevichi avevano largo seguito soprattutto fra gli operai meno qualificati e fra i più poveri.

 

LENIN E IL MARXISMO-LENINISMO

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 Fra i capi del Partito bolscevico c'era un esponente della piccola nobiltà di provincia, Vladimir Ulianov detto Lenin, un rivoluzionario rifugiatosi all'estero che si ispirava alle teorie filosofiche di Karl Marx.. Marx aveva parlato di una rivoluzione realizzata dalla classe operaia, che si sarebbe compiuta nei paesi più industrializzati come conseguenza del crescente sfruttamento della stessa classe operaia da parte della borghesia.

Lenin invece diede una propria interpretazione politica del pensiero di Marx, interpretazione che venne poi chiamata marxismo- leninismo. Egli capovolse l'idea centrale di Marx sostenendo che, in realtà, la rivoluzione sarebbe scoppiata nei paesi più arretrati, proprio perché in tali paesi erano insostenibili le condizioni di vita dei lavoratori. Secondo la sua convinzione, il minuscolo Partito bolscevico (che aveva, prima della Rivoluzione, poco più di 50.000 iscritti, per di più clandestini) avrebbe dovuto rappresentare la guida e l'avanguardia rivoluzionaria di una nuova società comunista.Questa doveva fondarsi sulla dittatura del proletariato, cioè sul dominio di tale classe sociale sulle altre, che avrebbero finito con lo scomparire, e sulla proprietà collettiva dei mezzi di produzione (campi, miniere, fabbriche). Tra i mezzi di produzione da collettivizzare erano comprese quelle terre che non pochi contadini avevano riscattato a caro prezzo e coprendosi di debiti nel 1867. La piccola dimensione del suo partito non costituiva per Lenin un problema; al contrario lo rendeva più determinato ed efficiente nel suo compito, che era quello di guidare le masse, scegliendo per essi metodi da adottare e gli obiettivi da raggiungere anche a costo di imporli con la forza. La nuova organizzazione della società avrebbe dovuto comportare l'abolizione della religione, della proprietà privata e delle distinzioni fra classi e gruppi sociali.Escluso e lontano dall'idea rivoluzionaria bolscevica restava tuttavia il mondo contadino: un mondo disperso in un territorio sterminato, chiuso in piccole realtà separate l'una dall'altra. Nel primo Novecento i viaggi erano ancora difficili e ogni regione della Russia contadina viveva una sua vita tradizionale scandita dal ritmo delle stagioni. Dal punto di vista economico la campagna russa presentava situazioni e figure diverse. Molti erano i braccianti e i contadini poveri,proprietari di minuscoli fazzoletti di terra che li condannavano a una vita di miseria e Stenti. Ma esistevano anche contadini benestanti, se non proprio ricchi: i kulaki.Erano proprietari di appezzamenti un po' più grandi, di piccole fattorie, di stalle con capi di bestiame. I contadini russi erano in gran parte analfabeti e legati a una cultura orale fatta di racconti e di leggende, di favole e di avventure,erano anche fortemente tradizionalisti e molto religiosi.

Fra loro la Rivoluzione di Lenin avrebbe trovato enormi difficoltà. 

 

LA RIVOLUZIONE DI FEBBRAIO

 Coinvolto nella prima guerra mondiale, il grande impero russo aveva dimostrato la fragilità e la debolezza della sua organizzazione politica e militare.In particolare, mentre le numerose sconfitte mettevano a nudo 'impreparazione dell'esercito, la produzione agricola si riduceva sempre di più, anche perché la maggior parte dei soldati proveniva dalle campagne, che restarono alle cure delle donne e dei vecchi. Durante l'inverno 1916-17 vi fu una dura carestia e molte città rimasero addirittura prive di generi alimentari. La fame provocò sollevazioni popolari e disordini. Nel febbraio 1917 violente dimostrazioni operaie contro il governo imperiale scoppiarono a Pietrogrado.

Fu questa la prima fase della rivoluzione, la cosiddetta rivoluzione di Febbraio. L'imperatore Nicola II fu costretto ad abdicare a favore del fratello Michele, il quale tuttavia rifiutò di assumere il potere. Cessò così di esistere l'impero degli zar.Dopo il crollo della monarchia zarista, due furono le forze che spontaneamente si organizzarono per prendere in mano le sorti della Russia: da una parte la borghesia liberale, dall'altra gli operai e, in parte minore, i contadini. Si formò un governo provvisorio, guidato da un principe liberale che aveva l'appoggio della borghesia. Gli operai delle fabbriche, i contadini delle zone prossime alle città e i soldati formarono dei soviet (in russo soviet vuol dire "consiglio") che avrebbero dovuto governare le fabbriche, le città, i villaggi e i reparti dell'esercito.

Quella dei soviet non era un'esperienza nuova: se ne erano formati anche durante la Rivoluzione del 1905 ed erano stati sciolti quando il governo zarista aveva ripreso il controllo della situazione.Il governo borghese e il popolo dei soviet erano divisi da un profondo disaccordo su molti punti, ma in particolare sulla condizione della guerra: il governo infatti intendeva proseguire la guerra a fianco degli alleati dell'Intesa, mentre le classi popolari, quelle che avevano subito le sofferenze più dure, desideravano una pace immediata.

 LA RIVOLUZIONE D'OTTOBRE

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 A metà del giugno 1917 un'offensiva dell'esercito russo fu fermata dai tedeschi e si risolse in un ennesimo disastro militare. La guarnigione di Pietrogrado si rivoltò contro il governo invitando il soviet della città a prendere tutto il potere. La rivolta fallì e molti esponenti del partito bolscevico furono arrestati. Lenin fuggì in Finlandia. La guida del governo fu affidata al socialista Kerenskij nella speranza che questi potesse riconquistare il consenso popolare. La politica di Kerenskij fu ambigua su un punto che invece era ormai decisivo per il popolo russo: la pace. Egli prese tempo, rimandando ogni decisione. Debole fu inoltre la sua posiziona nei confronti di un colpo di stato tentato dal generale Kornilov, comandante supremo dell' esercito per stabilire una dittatura militare. Il colpo di stato fu sventato dai bolscevichi che organizzarono la resistenza armata contro il generale e decisero di prendere il potere.

Durante la notte fra il 6 e il 7 novembre 1917 formazioni armate bolsceviche occuparono tutti i punti strategici di Pietrogrado. L'8 novembre presero d'assalto e conquistarono il Palazzo d'Inverno, un'antica residenza imperiale dove era riunito il governo Kerenskij. Istituirono poi il nuovo governo rivoluzionario: il soviet dei commissari del popolo. Secondo il calendario allora in uso in Russia la data del 7 novembre corrispondeva al 25 ottobre.

E' per questo che la rivoluzione iniziata in quel giorno è nota come la Rivoluzione d'Ottobre.

Le prime iniziative prese dal governo rivoluzionario furono l'impegno a firmare una pace immediata con la Germania (pace di Brest- Litovsk) e un decreto che confiscava le grandi proprietà terriere. Con un altro decreto fu stabilito il controllo degli operai sulla produzione industriale.

 

LA GUERRA CIVILE: L'ARMATA ROSSA CONTRO LE ARMATE BIANCHE E L'INTERVENTO STRANIERO

 Dopo la pace con la Germania la situazione continuò ad essere drammatica: in tutto il paese infuriava infatti la guerra civile.Contro il governo rivoluzionario si schierarono i generali rimasti fedeli all'imperatore, con le loro armate che furono dette armate bianche.

La controrivoluzione trovò l'appoggio delle regioni che volevano costituirsi in repubbliche indipendenti come l'Ucraina, la Georgia, il Caucaso e l'Armenia.Le grandi potenze: Francia, Inghilterra, Stati Uniti, Giappone, per evitare che la rivoluzione si allargasse fuori dai confini russi, inviarono truppe a sostegno delle armate bianche. Lenin e Lev Davidovic Trotzkij, suo strettissimo collaboratore, agirono con grande durezza e decisione. Trotzkij in persona organizzò un esercito fedele alla rivoluzione, l'Armata rossa. Lo zar, già imprigionato in una località di campagna, Ekaterinenburg, venne fucilato con tutta la sua famiglia (1918). Lenin istituì una polizia politica, la Ceka, che perseguitò in modo spietato la borghesia, i contadini e perfino gli esponenti socialisti, rivoluzionari e anarchici che non avevano aderito al partito bolscevico.

La guerra civile fu crudele e sanguinosa, tanto che si è parlato di "terrore bianco" e "terrore rosso".Moltissimi pagarono con la vita , fucilati o impiccati, la scelta di sostenere l'una o l'altra parte.

Il 1921 segnò la vittoria dell'Armata rossa: le truppe straniere vennero ritirate, si arresero i generali zaristi, furono sconfitti i governi autonomi che si erano formati in Ucraina, Georgia, Armenia. Nacque un nuovo stato: l'Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche. (URSS).

 LA NUOVA POLITICA ECONOMICA.

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 Problemi enormi attendevano il nuovo governo sovietico, che aveva confiscato tutti i mezzi di produzioni (terre, industrie, macchinari, miniere) e li aveva dichiarati di proprietà collettiva.

La produzione agricola era nel frattempo calata al 55% rispetto a quella degli anni precedenti la guerra, mentre quella industriale era crollata addirittura al 10% e il commercio estero quasi non esisteva più

Lenin stesso si rese conto che non era possibile creare da un giorno all'altro una vera economia comunista. Trovò quindi una soluzione di compromesso che chiamò Nuova Politica Economica (abbreviato in NEP).

In sostanza, restarono in mano ai privati molte proprietà contadine di dimensioni medio-piccole, gran parte del commercio interno, la piccole aziende familiari.

Nonostante i severi limiti posti alle attività private, la NEP diede subito fiato alla disastrata economia sovietica: negli anni 1923-24 solo il 38,5% della produzione totale era frutto del lavoro del settore statale, mentre tutto il resto provenne dalle libere attività dei privati. La percentuale della produzione privata sul totale salì a oltre il 98% nell'agricoltura, grazie soprattutto all'intraprendenza dei Kulàki, i contadini benestanti.

STALIN

Nel 1924, alla morte di Lenin, il potere passò a Stalin, che si sbarazzò con la forza di ogni rivale. Negli anni successivi egli affermò con spietata durezza il suo potere personale.Rivale di Stalin per il potere, ma anche sul piano politico, era stato Trotzkij, l'eroe della difesa contro le armate bianche. Trotzkij avrebbe voluto l'esportazione del modello rivoluzionario sovietico, Stalin invece voleva mantenere il socialismo in Russia senza impegnarsi per il socialismo nel resto del mondo. Trotzkij fu costretto a scappare dalla Russia, ma Stalin lo fece uccidere da un sicario in Messico.

L'ECO DELLA RIVOLUZIONE

In Occidente le notizie provenienti dalla Russia sollevarono grandi preoccupazioni ed emozioni.

I governi e le classi dirigenti ebbero il timore che il contagio rivoluzionario si allargasse. L'invio delle truppe occidentali in aiuto dei generali zaristi e delle armate bianche non fu sufficiente a sconfiggere la Rivoluzione ma la guerra creò enormi difficoltà alla nuova dirigenza bolscevica e al nuovo stato comunista. Anche per questo motivo prevalsero le idee di Stalin sul rafforzamento del comunismo all'interno della Russia e sulla rinuncia da esportare la Rivoluzione nel resto del mondo. Fortissime invece furono le emozione e le speranze che la Rivoluzione fece nascere nelle classi popolari dell'Occidente soprattutto fra gli operai. Per lungo tempo molti pensarono alla russia sovietica come al paradiso dei lavoratori: un paese dove il popolo poteva governarsi da sé, dove si era liberato con le proprie mani dall'oppressione e dallo sfruttamento. Anche se questo, molto più tardi, non si sarebbe rivelato vero, l'idea di "fare come in Russia" divenne per molti , che vi credettero in assoluta buona fede, un ideale traguardo di politica e giustizia sociale.

 

I protagonisti della rivoluzione

                                                               Grigorij Rasputin

Rasputin.jpg (2306 byte) Il monaco russo Grigorij Efimovic Rasputin (Pokroyskoe 1865 Pietroburgo 1916), originario di una famiglia di contadini siberiani, è noto sia per i costumi estremamente dissoluti (il soprannome Rasputin, datogli in gioventù, significa appunto corruttore) sia per la nefasta influenza da lui esercitata sulla famiglia imperiale russa, in particolare sulla zarina Alessandra Feodorovna e, tramite lei, sullo zar Nicola II. Alla luce degli eventi successivi alla morte di Rasputin, si può affermare che l'inspiegabile ascendente da lui goduto a corte finì per distruggere il già vacillante prestigio della famiglia imperiale, contribuendo in maniera determinante alla definitiva decadenza della dinastia Romanov.

Preceduto dalla fama di eccezionale taumaturgo, fece il suo ingresso a corte intorno al 1907 e in breve seppe conquistarsi la fiducia e la gratitudine della zarina per le cure da lui prestate, con apparente successo, allo zarevic Alessio. In realtà Rasputin si limitava probabilmente ad alleviare, tramite l'ipnosi, le sofferenze procurate al principe ereditario dall'emofilia di cui era sofferente fin dalla nascita, ma la zarina - che vedeva inoltre in questo rude monaco un genuino rappresentante del popolo russo - ne fece in breve il suo consigliere privilegiato.

Con l'andar del tempo, però, e con il crescere del suo potere, il comportamento di Rasputin divenne sempre più scandaloso ed egli, ritenendosi evidentemente inattaccabile, giunse a sfidare la potente nobiltà russa che gravitava intorno alla corte.

Allo scoppio della prima guerra mondiale lo zar Nicola volle assumere personalmente il comando delle truppe (1915), permettendo così alla moglie e a Rasputin di prendere in mano le redini del governo. Lo scontento già da tempo latente negli ambienti di corte si concretizzò a questo punto in una congiura di palazzo, cui parteciparono numerosi nobili e ufficiali. Invitato a cena da uno di loro, a Rasputin fu dapprima somministrata una grande quantità di veleno, ma senza alcun apprezzabile risultato; colti dal panico, i cospiratori lo ferirono allora ripetutamente con colpi d'arma da fuoco, per poi scaraventarne il corpo - che dava ancora segni di vita - nella Neva.

                                                                             Nicola II

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L'ultimo zar di Russia Nicola II (Pietroburgo 1868 - Tobolsk 1918) successe ad Alessandro III, di cui era primogenito, con l'intenzione di mantenere il regime autocratico del padre, ma si rivelò privo dell'abilità e dell'energica determinazione paterna. Non ebbe una costante linea di condotta: a una severa repressione alternò, nel periodo dei moti rivoluzionari, la riluttante accettazione di parziali riforme, che tentò di sospendere una volta che le acque si erano calmate. Passivo e di carattere riservato, Nicola mostrò di preferire la vita familiare agli affari di governo, consentendo alla moglie, Alessandra Feodorovna, donna superstiziosa ma al tempo stesso energica e al suo insidioso consigliere, Gregorij Rasputin, di esercitare una grande influenza sul governo. Politici moderati, come il conte Sergeij Witte, non furono pertanto in grado di promuovere le riforme necessarie a evitare la rivoluzione.

Benché la politica reazionaria del padre avesse suscitato una crescente opposizione, Nicola si rifiutò di operare dei cambiamenti: le gravi disfatte subite nella guerra russo giapponese (1904-05) evidenziarono l'incompetenza e la corruzione del governo, spianando la via alla Rivoluzione russa del 1905. Con il suo Manifesto di ottobre (1905), Nicola - influenzato dal primo ministro Witte - annunciò la concessione di un governo costituzionale e l'istituzione di un'assemblea rappresentativa, la Duma, autorizzata ad approvare o respingere ogni proposta di legge. Una volta ristabilito l'ordine, tuttavia, Nicola congedò Witte (1906), sciolse per ben due volte (1906 e 1907) la Duma, che manifestava tendenze troppo liberali, e successivamente le conferì il ruolo di organo puramente consultivo.

La prima guerra mondiale, di cui Nicola si era reso in parte responsabile con la mobilitazione generale del 30 luglio 1914, fu la causa della sua rovina. Nel 1915 assunse personalmente il comando dell'Esercito, delegando sempre maggiori poteri ad Alessandra e a Rasputin. Lo scalpore suscitato dalla condotta di costoro, unitamente alla catastrofica situazione militare ed economica del paese, suscitarono un diffuso malcontento, che sfociò in una nuova ondata di scioperi e di agitazioni a Pietroburgo nel febbraio 1917; il 2 marzo, su richiesta della Duma, Nicola abdicò. Recatosi in esilio prima nella Siberia occidentale, poi nella regione degli Urali, fu ucciso con la famiglia dai bolscevichi nella notte tra il 16 e il 17 luglio 1918.

 

                                                                   Nikolaj Lenin

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 L'uomo politico e teorico marxista russo Vladimir Ilic Uljanov (Simbirsk, oggi Uljanovsk 1870 - Gorkj 1924) assunse lo pseudonimo di Nikolaj Lenin negli anni della preparazione rivoluzionaria e della lotta clandestina contro lo zarismo a cui si dedicò interamente sin da quando era ancora studente liceale.

La formazione. Figlio di una coppia di insegnanti generosamente votatisi all'istruzione popolare per alleviare le disperate condizioni dei contadini russi da poco emancipati dalla servitù della gleba, Lenin crebbe in un ambiente fecondo di ideali democratici. Il fratello maggiore Alessandro era stato arrestato e impiccato per aver preso parte a una congiura contro lo zar Alessandro III (1887) assieme a un gruppo di rivoluzionari narodniki (populisti), i quali sognavano di sollevare le campagne per istituire una forma di socialismo contadino, senza cioè passare attraverso la fase dell'industrializzazione come aveva insegnato Karl Marx. Il giovane Vladimir si era invece avvicinato al quasi coetaneo Georgij Plechanov, il quale si era staccato dai narodniki (di cui criticava la pratica del terrorismo individuale) e aveva fondato il circolo del "Gruppo dell'emancipazione del lavoro" d'ispirazione marxista.

I testi di Marx e di Nikolaj Gabrilovic Cernisevskij costituirono la base della formazione culturale e politica di Lenin, laureatosi in legge nel 1891 all'Università di Pietroburgo, dopo essere stato allontanato, per le sue idee politiche rivoluzionarie, dall'Università di Kazan. Già forte di -alcune esperienze di lotta clandestina e discepolo entusiasta di Plechanov, Lenin ne riprese e sviluppò le obiezioni al programma dei narodniki in una serie di articoli e di pamphlets come Chi sono gli "Amici del popolo" e come lottano contro i socialdemocratici (1894) e Lo sviluppo del capitalismo in Russia (1896-99), in cui applicò rigorosamente il metodo marxista, frutto del lungo e approfondito studio del Capitale e degli altri testi marxisti e della profonda conoscenza del mondo contadino russo. La critica alle prospettive dei narodniki si venne progressivamente legando al progetto di creazione di un partito socialista, legato alla classe operaia e orientato in senso marxista. La fondazione di questo partito, strumento necessario della rivoluzione nella generale arretratezza delle condizioni economiche dell'impero russo, divenne l'impegno principale di Lenin e il centro del suo sforzo di analisi e di elaborazione teorica e pratica. Un primo risultato sembrò ottenerlo con la formazione della "Unione di lotta" di Pietroburgo (1895); ma Lenin e i suoi compagni furono arrestati, condannati a un anno di carcere e a tre di deportazione in Siberia. Il Partito operaio socialdemocratico russo (POSDR) fu effettivamente fondato soltanto nel 1898, al ritorno di Lenin dalla Siberia (Lenin si era già legato in precedenza a Nadjezda Krupskaja, che sarà sempre non soltanto sua moglie ma anche la sua più stretta collaboratrice). Per sanarne i dissensi teorici e politici interni Lenin decise di fondare un organo di stampa e, trasferitosi a Ginevra per evitare le attenzioni della polizia zarista, assieme a Plechanov pubblicò l'"Iskra" (La Scintilla), il cui primo numero uscì però a Stoccarda il 1° dicembre 1900.

L'intensa attività di studio e di propaganda di questa fase culminò nella stesura dello scritto polemico Che fare? (1902), in cui Lenin chiarì la sua concezione di partito rivoluzionario, che egli intese come avanguardia consapevole e guida della classe operaia, con una base di massa formatasi nell'evoluzione della coscienza di classe. Ma nella clandestinità si doveva forzatamente ricorrere a un piccolo partito di "rivoluzionari di professione" strettamente uniti e disciplinati secondo i canoni del "centralismo democratico": un metodo che esigeva la più ampia discussione tra i membri per definirne gli orientamenti, ma la più ferrea unità per la realizzazione della linea prescelta. L'intensa attività propagandistica dell'"Iskra", introdotta clandestinamente in Russia, portò alla convocazione del secondo congresso del POSDR, che si tenne fra Ginevra e Londra nel 1903 e che sanzionò la contrapposizione interna fra bolscevichi e menscevichi (due concezioni contrapposte che, pur collaborando, formarono in realtà due partiti diversi; la separazione formale avvenne però soltanto nel 1912).

La preparazione rivoluzionaria. Lenin visse in esilio all'estero dal 1900 al 1917, tornando in patria solo per mettersi alla testa della Rivoluzione russa del 1905 (dal 1905 al 1907). Il fallimento di quel moto e il comportamento ambiguo dello zar e dei democratici borghesi resero però chiaro a Lenin che solo la rivoluzione avrebbe potuto garantire la conquista delle libertà fondamentali. Unica classe rivoluzionaria era il proletariato, costretto a condurre a termine anche la rivoluzione democratico borghese prima di affermare il socialismo. Condizioni imprescindibili erano l'alleanza con le grandi masse di contadini poveri e l'appoggio della rivoluzione socialista nei paesi più avanzati dell'Europa occidentale.

Sulla base di questi due caposaldi Lenin, tornato in esilio e vivendo fra Londra, Parigi e Ginevra, venne elaborando la sua teoria rivoluzionaria in attesa delle condizioni favorevoli, continuando a mantenere il controllo sulle iniziative del partito in Russia e svolgendo un'intensa attività di pubblicista e di studioso.

La Rivoluzione russa. Frutto di questo lungo periodo di riflessione e di analisi fu il saggio L'imperialismo, fase suprema del capitalismo (1917; la prima edizione italiana è del 1921), in cui, denunciando il carattere imperialistico della prima guerra mondiale, come di ogni guerra moderna, invitava i lavoratori e i socialisti a non dare il loro appoggio a quella che altro non era che una lotta armata per la conquista di mercati e di territori coloniali, contro gli interessi della classe operaia di ciascun paese. L'invito ribadiva la necessità di trasformare la guerra imperialista in guerra civile per sollevare il popolo e affrettare così la fine del dominio della classe capitalistica. Allo scoppio della Rivoluzione russa del 1917, Lenin fu invitato dal governo imperiale tedesco a rientrare in patria. Al termine di un viaggio in vagone piombato fino a Pietrogrado, Lenin lanciò le note Tesi di aprile per accelerare il passaggio al secondo stadio rivoluzionario, quello dell'assunzione del potere da parte del proletariato. La solida rete dei soviet, assemblee di delegati dei soldati e degli operai, sostituì le tradizionali forme rappresentative russe e dette al moto rivoluzionario bolscevico il necessario rapporto con le più larghe masse di lavoratori del paese. Come venne esponendo nel saggio Stato e rivoluzione, scritto nei mesi dell'esilio finlandese dopo un primo fallito tentativo rivoluzionario del luglio 1917, ma pubblicato solo all'inizio del 1918, l'obiettivo della classe operaia rivoluzionaria era quello di rovesciare lo Stato borghese e di sostituire a esso uno Stato che, nell'interesse della maggioranza della popolazione, usasse la forza contro gli antichi oppressori, con cui non era ammissibile alcun compromesso. La "dittatura del proletariato" avrebbe spezzato la resistenza dei capitalisti prima di lasciare il posto a una vera e totale democrazia, cioè l'autogoverno dei lavoratori con l'estinzione dello Stato. Con una lettera segreta inviata al comitato centrale del Partito, Lenin invitava in settembre alla lotta armata con la parola d'ordine "tutto il potere ai Soviet". Il debole governo provvisorio del socialdemocratico Kerenskij cadeva nell'ottobre 1917 (per il nostro calendario nella prima settimana di novembre) sotto la spinta delle truppe insorte agli ordini del Comitato militare rivoluzionario presieduto da Lev Trotskij. Pietrogrado era ora in mano dei bolscevichi, che subito costituirono il primo governo rivoluzionario affidandone la presidenza a Lenin (v. russe, rivoluzioni).

Lenin al potere. Primo atto del nuovo governo fu la proposta immediata di pace a tutte le nazioni belligeranti, il passaggio della terra ai contadini, il controllo operaio sulla produzione e sulla distribuzione, la nazionalizzazione delle banche e l'abolizione delle disuguaglianze di classe, sesso, nazionalità e religione. L'umiliante pace di Brest-Litovsk con la Germania fu il corollario necessario al programma di rafforzamento e di consolidamento della rivoluzione bolscevica. Il nuovo Partito comunista bolscevico dell'Unione Sovietica (PCbUS) raccolse al suo interno tutte le frazioni che avevano partecipato alla rivoluzione. La nuova polizia segreta (CEKA) si occupò di controllare i vasti settori controrivoluzionari che di lì a poco avrebbero scatenato, con l'appoggio delle potenze dell'Intesa, una vera e propria guerra civile che impegnò le risorse del nuovo Stato fino al 1921.

In condizioni di estrema difficoltà Lenin si accinse ad affrontare i problemi inerenti alla sopravvivenza dello Stato rivoluzionario, rivelando non comuni doti di statista. Fedele al presupposto espresso già nel Che fare?, Lenin si preoccupò di sollecitare l'appoggio dei socialisti di tutto il mondo: dopo che già nel corso dei convegni di Zimmerwald (1915) e di Kienthal (1916) aveva proposto la costituzione di una nuova internazionale operaia, si mise all'opera per costituire la III Internazionale. Il primo congresso mondiale (1919) assicurò allo Stato socialista la direzione del movimento comunista internazionale e Lenin ne fu il leader naturale sino alla morte.

Sul piano dell'elaborazione teorica è di questo periodo la pubblicazione del saggio L'estremismo, malattia infantile del comunismo (1920; prima traduzione italiana 1921), contro le ingenue manifestazioni di settarismo nate sull'onda del successo (ma non dall'analisi delle cause) dell'ottobre russo. Ormai l'ondata rivoluzionaria era in pieno riflusso e Lenin da quelle pagine richiamava i comunisti ad analizzare con attenzione le rispettive condizioni nazionali per potervi applicare correttamente i principi della rivoluzione.

Sul piano della politica economica lo Stato russo versava in pessime condizioni: il rigido "comunismo di guerra" instaurato per far fronte alla "guerra civile" lasciò il posto alla Nuova politica economica (NEP), che Lenin varò nel 1921, la cui chiave di volta fu rappresentata dal nuovo rapporto instaurato con i contadini per legarne stabilmente le sorti a quelle dello Stato sovietico.

Esausto e malato, Lenin fu ancora in grado di lanciare al terzo congresso del Comintern (1921) la parola d'ordine del "fronte unico" che, pur con successivi aggiustamenti, avrebbe guidato il movimento comunista internazionale sino alla seconda guerra mondiale. I sintomi di un aggravamento di un'arteriosclerosi dovuta all'eccesso di lavoro si manifestarono in una serie successiva di attacchi, che nel marzo 1923 portarono a una paralisi del lato destro: il 21 gennaio 1924 Lenin moriva, ma la sua figura entrava nella leggenda.

Sulla Piazza Rossa di Mosca è stato eretto un mausoleo dove ancora oggi in una teca di vetro giace il corpo imbalsamato del capo della Rivoluzione russa.

                                                                     Karl Marx

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 Karl Marx (Treviri 1818 - Londra 1883) filosofo, sociologo, economista, storico e rivoluzionario tedesco, con la sua analisi della società capitalista ha gettato le fondamenta teoriche del movimento politico e di pensiero che prende il suo nome, influendo sul corso della storia dei secc. XIX e XX. Il principale contributo di Marx sta nell'accento posto sul fattore economico - il modo mutevole in cui le società umane hanno prodotto e distribuito i loro mezzi di sussistenza - come determinante nella dinamica della storia. Questo primato da lui attribuito alle strutture economiche ha esercitato un forte influsso su tutte le scienze sociali, dall'economia alla sociologia alle scienze politiche. 

                                                                    

 

 

 

 

Lev Trotzkij

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Secondo solo a Vladimir Ilic Lenin come polemista e organizzatore della fase bolscevica della Rivoluzione russa del 1917, Lev Davidovic Bronstein detto Trockij (o secondo un'altra translitterazione Trotzkij; Janovka 1879 - Città del Messico 1940) fu oratore carismatico e tattico superbo, nonché un teorico brillante i cui scritti esercitarono una forte influenza sui movimenti socialisti di tutto il mondo. La sua abilità gli dette la possibilità di organizzare la rivolta di Pietrogrado nel novembre 1917 e di istituire l'Armata rossa che salvò il regime bolscevico durante la successiva guerra civile (1918-20). La sua fiera indipendenza da qualsiasi contatto con l'esterno gli fecero rifiutare qualsiasi appoggio degli altri partiti dopo la morte di Lenin, durante la sua battaglia per il potere con Josip Stalin.

I primi anni e il periodo rivoluzionario. Trockij, figlio di un benestante agricoltore ebreo di Janovka, fu mandato a studiare in una scuola di Odessa all'età di nove anni. Ribelle e sincero, a diciotto anni divenne un rivoluzionario di professione. Nel 1898 fu arrestato e poi esiliato in Siberia, dove aderì al Partito socialdemocratico (POSDR). Nel 1902 si rifugiò all'estero, conobbe Lenin, e iniziò il suo travagliato legame con il partito bolscevico (v. bolscevichi e menscevichi).

Ammirò profondamente il pragmatismo di Lenin, ma dopo la spaccatura dei socialdemocratici (1903) appoggiò i menscevichi poiché temeva che i metodi organizzativi "elitari" di Lenin avrebbero portato alla dittatura. Indipendente strutturalmente, con un'ideologia di sinistra, scrisse per lo più per la stampa, e durante la Rivoluzione russa del 1905 tornò ad avere un ruolo predominante nel Soviet dei lavoratori a San Pietroburgo (la futura Pietrogrado). Arrestato, processato ed esiliato di nuovo in Siberia, nel 1907 fuggì nuovamente all'estero e trascorse il tempo fino al ritorno in Russia (1917) a scrivere.

I suoi più importanti lavori s'incentrarono sul problema dello sviluppo della rivoluzione. Riconoscendo la debolezza della borghesia russa, egli intuì che il primo stadio della rivoluzione, quello "borghese", avrebbe potuto esser portato avanti solo con l'aiuto dei lavoratori organizzati, e che questo stadio avrebbe portato a una situazione di "rivoluzione permanente". Il proletariato, che avrebbe portato la borghesia al potere, avrebbe poi gradualmente assunto il controllo politico. Non appena la rivoluzione fosse passata nelle mani dei lavoratori nell'arretrata Russia, le rivolte si sarebbero diffuse sempre più nelle società a capitalismo avanzato d'Europa, portando all'istituzione di regimi socialisti per aiutare e proteggere la debole Russia e il suo governo rivoluzionario.

Capo del movimento rivoluzionario e membro del Soviet. Questa visione, prima di influire sul pensiero rivoluzionario del Terzo Mondo, nella seconda metà del secolo, dette forma all'attività di Trockij nel 1917. Ritornando in Russia indipendentemente da Lenin dopo la Rivoluzione del marzo 1917, si rivolse ai lavoratori per destabilizzare il governo provvisorio di stampo liberale. Nell'agosto aderì al Partito bolscevico, i cui più vecchi seguaci (compreso Stalin) lo guardavano come un intruso. Nonostante ciò Trockij si guadagnò un ruolo di spicco con la sua oratoria politica piena di fascino e per le sue capacità organizzative. In settembre venne eletto presidente del Soviet di Pietrogrado, e da questa posizione riuscì a organizzare le forze bolsceviche che rovesciarono il regime di Aleksander Kerenskij.

Nominato commissario (ministro), per gli Affari esteri (1917-18), Trockij si oppose, ma senza successo, al trattato di Brest Litovsk con la Germania, conquistandosi però l'amicizia di Lenin e divenendo commissario per l'Esercito e la Marina (1918-25). Da quanto rimaneva delle ormai demoralizzate forze zariste egli riuscì a organizzare un'efficiente Armata rossa; un successo davvero rimarchevole. Ma i suoi modi bruschi, la sua intolleranza alla critica e all'incompetenza, e la sua decisione di affidarsi a "specialisti in campo militare" gli fecero trovare pochi alleati. La gran massa dei suoi compagni di partito lo sentiva distante e lontano.

Conosciuto come un "bolscevico di sinistra" e come favorevole sia a un'industrializzazione rapida e programmata che a una democrazia partitica, Trockij dopo il 1921 iniziò a preoccuparsi quando si accorse che il corso del partito non prevedeva il riconoscimento né dell'uno né dell'altro di questi due princìpi. In una serie di saggi intitolati Il nuovo corso (1923) criticò aspramente la sempre più forte burocratizzazione del partito e si disse favorevole a una programmazione maggiormente centralizzata. La maggior parte della sua critica era diretta contro Stalin. In risposta, Stalin chiarì la propria posizione sia attraverso l'organizzazione interna del partito sia facendosi portavoce della teoria del "socialismo in un paese solo" (in antitesi con quanto andava affermando Trockij circa una rivoluzione mondiale). Alla morte di Lenin (gennaio 1924) Trockij si mostrò troppo fiducioso in se stesso e anche troppo impaziente di iniziare a dedicarsi alla politica in maniera concreta. In poche settimane fu censurato per "faziosità" e nel giro di tre anni fu privato di tutti i suoi incarichi ed espulso dal partito.

L'esilio. Condannato all'esilio prima in Russia nel 1928, e poi fuori dal paese nell'anno seguente, Trockij visse in Turchia (1929-33), in Francia (1933-35), in Norvegia (1935-36) e infine in Messico (1936-40), cercando di raccogliere attorno a sé e alla IV Internazionale i delusi e gli avversari del regime staliniano. In questo periodo continuò a scrivere occupandosi di cultura, letteratura, politica, affari internazionali, teoria della rivoluzione e del problema delle donne. Portò a termine la sua Storia della Rivoluzione russa (3 voll., 1931-33), lavorando con vigore per denunciare le colpe di Stalin - soprattutto in Una Rivoluzione mancata (1937). Al processo per tradimento tenutosi a Mosca (1936-38), Trockij fu denunciato in contumacia come il principale cospiratore contro il regime sovietico. Fu infine assassinato da un agente stalinista nella sua villa a Città del Messico. Molti dei suoi scritti sono stati tradotti in varie lingue, tra cui Terrorismo e comunismo (1921), Letteratura e rivoluzione (1925) e Diario dell'esilio, 1935 (1958). Nel gennaio 1980 la Harvard University ha pubblicato la corrispondenza di Trockij negli anni dell'esilio.

 

                                                                        NEP

La NEP, o meglio Nuova politica economica, fu adottata nell'Unione Sovietica per iniziativa di V. I. Lenin nel 1921. Si trattava di un programma che consentiva il parziale ritorno alle strutture capitalistiche, allo scopo di superare la grave crisi economica e il malcontento politico provocati dall'opprimente centralizzazione del sistema economico introdotto con la guerra civile, e conosciuto come "comunismo di guerra". Nell'agricoltura la NEP sostituì alle requisizioni un sistema di tasse in natura e autorizzò i contadini a vendere i propri prodotti sul mercato privato. Le banche e la grande industria rimasero sotto il controllo dello Stato, mentre fu autorizzata l'attività delle piccole imprese private. In seguito a tali iniziative si verificò un sensibile aumento della produttività economica, ma nel 1928 Stalin abbandonò la NEP per attuare una forzata collettivizzazione dell'agricoltura e una rapida industrializzazione col primo piano quinquennale.

                                                                  Josif Stalin

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 Lo statista sovietico Josif Vissarionovic Stalin (Gori, Georgia 1879 - Mosca 1953) fu il successore di Lenin alla testa dell'URSS, che governò dal 1929 con poteri dittatoriali, e il despota del movimento comunista internazionale, da lui epurato, in epoche successive e con spietata ferocia, degli avversari e dei possibili rivali.

Giovinezza di un rivoluzionario. Josif Vissarionovic Dzugasvili, questo il vero nome di Stalin, era figlio di un calzolaio da poco liberato dalla servitù della gleba. Frequentò la scuola teologica e quindi il seminario ortodosso di Tiflis, in Georgia, da cui fu espulso nel 1899 per aver partecipato alla propaganda dell'associazione socialdemocratica georgiana Mesami-Dasi. Già l'anno precedente era entrato in contatto con i rivoluzionari locali, assumendo in breve tempo la direzione di un circolo operaio delle officine ferroviarie. Impiegatosi presso l'osservatorio astronomico, continuò clandestinamente l'attività di agitatore assumendo il nome di Koba, l'eroe di un romanzo nazionale georgiano. Successivamente le necessità della lotta lo avrebbero portato varie volte a cambiare nome: Vasilj, Vasiliev, Besosvili, Davis, Nigerdze, Kiscigikov, Ivanov furono i suoi nomi prima del definitivo Stalin (acciaio).

Sfuggito all'ondata di arresti del 1901, si rivelò sin dagli esordi un abile organizzatore e un instancabile propagandista delle idee e della stampa socialista. Arrestato a Batum (1902), dopo un anno di carcere fu inviato in Siberia. Fuggito dal campo di prigionia, si unì alla nuova corrente bolscevica del POSDR (Partito operaio socialdemocratico russo), e si incontrò per la prima volta con Lenin pochi mesi prima della Rivoluzione del 1905, alla conferenza di Tammerfors in Finlandia (allora parte integrante dell'impero zarista). Nel Caucaso era già noto anche per gli articoli sulla questione nazionale georgiana apparsi sul periodico clandestino "Brzdola", articoli volutamente scritti in georgiano in polemica con i locali menscevichi, e come guida degli "espropriatori", piccoli gruppi armati che rapinavano treni, navi, convogli e banche per rifornire il partito del denaro necessario all'attività clandestina. Bolscevico "pratico", cioè attivo all'interno del paese mentre i "teorici" operavano essenzialmente nell'emigrazione, Stalin fu nuovamente arrestato nel 1908 e condannato a due anni di deportazione in Siberia.

Dopo una rocambolesca evasione (1909) spostò il centro della sua attività a Pietroburgo, dove però fu arrestato nel marzo 1910 e rispedito in Siberia. Gli anni fra il 1911 e il 1917 furono contrassegnati da un alternarsi continuo di arresti, deportazioni ed evasioni, dalla sua assunzione nel comitato centrale bolscevico e poi del Partito comunista sovietico (1912). Ormai il giovane Koba aveva concluso il suo apprendistato ed era divenuto il più maturo Stalin.

La Rivoluzione e l'ascesa al potere. Richiamato dalla deportazione oltre il Circolo polare artico dopo la rivoluzione di febbraio del 1917 (v. russe, rivoluzioni, 1917), Stalin giunse con Kamenev a Pietroburgo in una fase assai delicata e di sbandamento dei bolscevichi, i quali erano ancora in attesa dell'arrivo di Lenin dall'esilio svizzero. Alla conferenza d'aprile Stalin appoggiò le tesi rivoluzionarie di Lenin, di cui fu il principale sostenitore anche al VI congresso del POSDR, quando il leader bolscevico era stato costretto nuovamente alla clandestinità dopo il fallimento del tentativo insurrezionale del luglio. In breve Stalin venne affermandosi come il principale collaboratore di Lenin, in particolare dopo il successo della Rivoluzione d'ottobre, assumendo dal 1917 al 1923 la carica di commissario del popolo alle nazionalità (tema al centro della sua riflessione teorica e del saggio Il marxismo e la questione nazionale, redatto e pubblicato nel 1913, durante un breve soggiorno all'estero accanto a Lenin). Come commissario alle nazionalità fu tra i fautori dell'indipendenza della Finlandia (1918) e poi della repubblica di Georgia (1920). Nel corso della guerra contro le forze controrivoluzionarie partecipò alla difesa di Zaritzin (l'attuale Volgograd) e di Pietroburgo, giungendo ad assumere la direzione della controffensiva sul fronte meridionale, culminata nella sconfitta di Denikin con la battaglia di Orel (1919). Combatté poi in Crimea e quindi in Polonia come commissario della celebre "armata a cavallo" di Budjonni (1920), dirigendo con Frunze la definitiva battaglia contro Wrangel. Liquidati gli ultimi focolai controrivoluzionari (1921), Stalin fu chiamato a ricoprire la carica di segretario generale del Comitato centrale del PC(b)US all'XI congresso del partito. La crescente potenza di Stalin nel partito e nello Stato fu avvertita da Lenin, che, in un poscritto al suo testamento del 1922, ne propose la sostituzione alla testa del partito; ma il peggiorare della malattia gli impedì di ostacolarne concretamente l'ascesa. Alla morte di Lenin (1924), Stalin fece leva sull'apparato del partito per eliminare progressivamente i suoi più pericolosi rivali. Fu prima la volta del commissario alla guerra Lev Trotzkij, poi del presidente dell'Internazionale comunista Gregorij Zinoviev e dell'autorevole Lev Kamenev, rei di aver criticato la parola d'ordine staliniana del "socialismo in un solo paese". Infatti con questo slogan il dittatore sovietico dette inizio a un rapido processo di industrializzazione e alla collettivizzazione forzata dell'agricoltura, processo che vide nel 1929 la sconfitta dell'opposizione di destra di Nicolaj Bucharin. Stalin si era così sbarazzato di ogni opposizione e si trovava al vertice sia dell'URSS sia della III Internazionale.

La creazione del regime. Il varo del programma di collettivizzazione comportò la deportazione forzata di oltre 5.000.000 di kulaki (contadini proprietari di piccoli e medi appezzamenti di terreno) e la repressione brutale della diffusa resistenza contadina. L'azione dirigistica dell'economia agricola fu evidenziata dalle massicce esportazioni di grano, nonostante le gravi carestie interne come quella del 1932, per raccogliere sul mercato internazionale la valuta pregiata necessaria a sostenere i ferrei programmi di industrializzazione (i rigidi "piani quinquennali" e la celebrazione dello "stachanovismo" furono gli aspetti più noti di questa battaglia per portare l'URSS al livello delle più progredite potenze mondiali). In campo internazionale Stalin cercò in questi anni di ridurre la pressione sui singoli partiti comunisti del mondo occidentale, per rompere l'isolamento dell'URSS. Anche l'appoggio fornito al governo repubblicano durante la guerra civile spagnola e in difesa di quel Fronte popolare che il VII congresso dell'Internazionale comunista aveva proclamato parola d'ordine e obiettivo antifascista del movimento comunista, fu in realtà limitato dal desiderio di Stalin di non rompere con l'atteggiamento di "non intervento" di Francia e Gran Bretagna. Intanto sul fronte interno Stalin si era liberato prima dell'opposizione di Leningrado con l'assassinio del suo maggior dirigente Sergej Kirov (1934), poi aveva dato inizio alla Grande purga che, fra il 1935 e il 1938, decapitò il movimento comunista internazionale (con l'eccezione del PCI, guidato da Palmiro Togliatti, allora segretario dell'Internazionale assieme al bulgaro Georgij Dimitrov) e portò alla deportazione e alla morte di milioni di militanti: su 139 membri del Comitato centrale eletti al XVII congresso ben 98 furono arrestati, processati e fucilati, mentre su 1966 delegati i colpiti furono 1108.

La seconda guerra mondiale. La politica estera dell'URSS, che mirava a rompere l'isolamento dalle democrazie occidentali, subì un'improvvisa svolta con la firma del patto di non aggressione con la Germania nazista (v. Molotov Ribbentrop, patto), stipulato nell'agosto del 1939 e che consentì a Hitler di invadere la Polonia e di dare inizio alla II guerra mondiale. I sovietici, per parte loro, occuparono anch'essi una parte della Polonia orientale e attaccarono la Finlandia (v. russo finnica, guerra), e soprattutto poterono prepararsi all'inevitabile aggressione nazista, che puntualmente si verificò nel giugno del 1941. Alla testa dell'Esercito sovietico Stalin, grazie anche agli aiuti degli Stati Uniti, in materiali e in mezzi, riuscì a galvanizzare la resistenza sovietica all'invasione, identificando in breve le sorti dell'URSS con quelle del suo regime. Respinti gli invasori dopo la vittoria di Stalingrado (1943) (v. Stalingrado, battaglia di), Stalin negoziò con il premier inglese Winston Churchill e con il presidente statunitense Franklin Delano Roosevelt (i "tre grandi") l'assetto mondiale postbellico nelle conferenze di Teheran (1943), Yalta (1945) e Potsdam (1945), guidando nel frattempo le operazioni che portarono l'Armata rossa a occupare Berlino e gran parte dell'Europa centro-orientale.

La guerra fredda. I rapporti con gli alleati si incrinarono, e poi si interruppero, dopo la sconfitta del nazismo. Nonostante la seconda guerra mondiale avesse fatto di Stalin un vero e proprio eroe popolare, e nonostante la creazione dei regimi filosovietici d'oltre cortina, l'isolamento dell'URSS crebbe con la defezione della Iugoslavia di Josip Tito (1948). Il tentativo di rivitalizzare l'Internazionale (sciolta nel 1943) con la costituzione del Cominform fu l'estremo tentativo di Stalin di ridare al movimento comunista internazionale, al cui interno si andavano affermando nuove realtà come la Repubblica Popolare Cinese (1949), una centralizzazione di tipo dirigistico e coercitivo. Nuove repressioni, promosse dal fidato capo della polizia politica Laurentij Berjia, segnarono gli ultimi anni di vita del dittatore, sempre più solo e cupo. La sua improvvisa e misteriosa morte, avvenuta al Cremlino nel marzo del 1953, liberò il mondo da uno dei più feroci dittatori della storia, ma anche da uno dei personaggi più complessi della nostra epoca.

Il successivo processo di destalinizzazione promosso dal successore Nikita Kruscev nel 1956, con il celebre rapporto al XX congresso del PCUS, non ha difatti chiarito sino in fondo le responsabilità personali di Stalin e del suo entourage nel violento processo di costruzione del socialismo in URSS. La lezione teorica del dittatore sovietico - cupa e dogmatica - ha continuato a ispirare per oltre un venticinquennio sia l'elaborazione e l'applicazione del marxismo in Cina che in molti gruppi comunisti dissidenti del mondo occidentale.

                                                             Aleksandr Kerenskij 

Entra nel governo provvisorio del principe come ministro della giustizia allo scoppio della e in seguito all’abdicazione dello zar Nicola II. Al culmine del primo conflitto mondiale è ministro della guerra e della marina. Nel luglio del 1917 scatena l’ultima offensiva russa in Galizia con a capo il comandante supremo Brusilov, ma fallisce in seguito a un contrattacco tedesco e al rifiuto delle riserve di portarsi in linea. A causa dei disordini provocati da questa sconfitta Kerenskij succede al principe L’vov come capo del governo provvisorio. La pressione dei bolscevichi lo spinge quindi ad appoggiarsi ai controrivoluzionari dell’esercito e a nominare il generale Kornilov come comandante in capo delle truppe. Nel settembre del 1917 si trova tuttavia costretto a riavvicinarsi ai bolscevichi per impedire il colpo di stato architettato dallo stesso Kornilov. Tenta di convocare un’assemblea costituente per frenare il movimento bolscevico, ma viene preceduto da Lenin e dall’insurrezione bolscevica dell’ottobre del 1917. Fallito a Gatcina l’ultimo tentativo di recuperare la città con l’armata del generale Krasnov, non gli resta che la fuga (novembre 1917). Si ritira negli Stati Uniti dove svolge attività contro il regime sovietico.

 

 

LO SCOPPIO DELLA RIVOLUZIONE IN LETTERATURA

 Lo scoppio della rivoluzione d’ottobre del 1917, con la conseguente trasformazione dello stato da monarchia a repubblica socialista, comporta fondamentali trasformazioni in tutti i campi della vita economica, politica, sociale e culturale della Russia.

Anche in letteratura, la necessità di dare una svolta di centottanta gradi si manifesta con forza sempre crescente. Già nella produzione letteraria degli anni immediatamente precedenti il 1917 si avverte un mutamento di rotta: l’acquisita rinomanza delle avanguardie rivoluzionarie, capeggiate da Majakòvskij; l’importanza raggiunta dalla letteratura proletaria e dalla critica letteraria legata a quel movimento, ambedue vicine a Gòr’kij; e la crisi decisa della letteratura che non tratta temi sociali, come quella del movimento simbolista.

Anche le frange non rivoluzionarie della vita culturale russa si avvicinano al mondo della rivoluzione, e l’accettazione della rivoluzione diviene un fatto comune tra i letterati russi. Gli irriducibili avversari del nuovo ordine sono costretti ad emigrare e chi osteggia in maniera fattiva la rivoluzione viene immancabilmente boicottato.

La letteratura proletaria comincia ad assumere una posizione di supremazia: su riviste e giornali cominciano ad uscire critiche negative riguardo agli scrittori meno allineati. Una notevole libertà creativa si mantiene peraltro fino all’epoca del primo piano quinquennale, allorché la pressione del regime sull’arte comincia a farsi soffocante, e, dal primo congresso degli scrittori sovietici (1934), non sarà più ammessa nessuna forma d’arte svincolata dalla politica del partito o che fuoriesca dall’ambito del realismo socialista.

 Dopo la rivoluzione del 1917 nascono alcuni gruppi di letterati desiderosi di imporsi come portavoce della rivoluzione in letteratura. Questi gruppi, denominati “proletari”, acquistano un’importanza sempre maggiore grazie al sostegno dei funzionari sovietici addetti alla cultura e ai maggiori critici letterari del periodo.

Alla fine degli anni Venti in URSS si ha quasi soltanto letteratura proletaria, opere costruite per glorificare le masse lavoratrici e la costruzione della nuova società sovietica. Ne fanno le spese gli autori non allineati, come nel caso di Michaìl Bulgàkov, e anche i gruppi d’avanguardia di sinistra, come il LEF di Majakòvskij. Nel 1932, la costituzione della ”Unione degli scrittori sovietici” segna la fine di ogni iniziativa personale in letteratura: ogni opera dovrà essere scritta secondo il metodo unico del realismo socialista.

 

 

 

Vladìmir Majakòvskij

(Bagday, Georgia 1893-Mosca, 1930) 

Tutta la prima fase della produzione poetica di Majakòvskij si svolge all’interno del gruppo futurista, di cui il poeta georgiano è uno dei massimi animatori. Egli partecipa a tutte le raccolte poetiche futuriste ed improvvisa permorfances declamatorie per strada in modo da promuoverne la vendita.

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Rivoluzionario, provocatorio, antiborghese, predilige per la sua poesia l’iperbole e il paradosso, chiari esempi del suo desiderio di distruggere ogni rapporto precedentemente esistente tra le cose e ogni gerarchia, in modo da creare una nuova e rivoluzionata visione del mondo. La sua ribellione è condotta per la vittoria delle classi proletarie e vuole essere una minaccia per il mondo del capitalismo egoista: per questo, Majakòvskij propone di “gettare in mare” tutti i classici e tutto il mondo vecchio per forgiare una nuova umanità e una nuova esistenza.

Nel periodo prerivoluzionario, la sua rivolta è ancora individuale ed egocentrica, tanto che il suo primo dramma si chiama proprio Vladìmir Majakòvskij (1916) e la sua prima raccolta di versi (1913) porta il titolo Io. Le sue poesie dello stesso periodo hanno titoli paradossali e provocatori, quali Il flauto di vertebre e La nuvola in calzoni.

 L’esperienza dell’avanguardia non si esaurisce con la rivoluzione d’ottobre, ma anzi, Majakòvskij e una parte significativa del gruppo futurista si propongono come la guida poetica della nazione, proponendo una letteratura militante che guidi le masse proletarie. Il nuovo gruppo d’avanguardia fondato da Majakòvskij, il LEF (Fronte sinistro della cultura), si deve scontrare con altri gruppi poetici, “Cultura proletaria” o “La fucina”, che cercano di affermarsi come gruppi di punta della letteratura rivoluzionaria.

La poesia di Majakòvskij dopo la rivoluzione cerca di sostituire all’egocentrismo futurista l'evocazione il rumore delle macchine e della folla urlante, e tenta di essere espressione della massa. Majakòvskij condenserà la rivoluzione in un’opera teatrale con il dramma Mistero buffo   (1921), con la regia paradossale e grottesca di Mejerchol’d, e si cimenta inoltre in poemi a soggetto rivoluzionario e in altri che cantano la gioia del nuovo mondo sovietico, tra i quali si ricordano 150.000.000 (1921), Amo (1922), Di questo (1923), Lénin (1924), Bene! (1928).

Le opere degli anni 1929-30, il poema A piena voce (1930) e le due commedie del 1929, La cimice  e Il bagno, hanno un valore satirico molto accentuato, e possono forse suonare come una velata critica al nuovo ordinamento staliniano.

Incapace di adeguarsi al nuovo ordine, che gli richiede una poesia comprensibile e realistica, e segnato da alcune vicissitudini della sua vita privata, Majakòvskij si suicida nel 1930.  Il suicidio del grande poeta futurista segna tragicamente la fine della stagione delle avanguardie: il realismo socialista non ha più rivali.

 

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Manifesto di M. “Utilizziamo tutto” Manifesto di M. contro i nemici della Rivoluzione.

                    

 

LEF

Rivista letteraria russa, della quale uscirono a Mosca sette fascicoli dal 1923 al 1925 e, successivamente, una seconda serie dal 1927 al 1928 con la testata Novyj Lef. Era l'organo del "Levyj Front Iskusstv" (Fronte di sinistra delle arti), gruppo letterario fondato nel 1923 da Majakovskij, Aseev, Brik e Arbatov e durato sino al 1929. Sia Lef, sia Novyj Lef furono dirette da Majakovskij, che così ne aveva formulato il programma: "lotta contro il decadentismo, il misticismo estetico, il formalismo compiaciuto, il naturalismo impersonale, per l'affermazione di un realismo tendenzioso basato sull'impiego dei procedimenti tecnici di tutte le scuole artistiche rivoluzionarie". La rivista era divisa in cinque settori: "programma, prassi, teoria, libri, fatti", e fu in sostanza l'organo più importante di tutto lo schieramento della cultura e dell'arte d'avanguardia dell'epoca. A fianco degli articoli programmatici di Majakovskij, di testi poetici suoi, di Aseev e di Kirsanov, vi si pubblicarono prose di S. Tret'jakov, Babel', Vesëlyj, fotomontaggi e composizioni grafiche di Rodcenko e El Lisickij, studi critici del gruppo "Opojaz" (società di studio della teoria del linguaggio poetico), che sin dal 1914 aveva proposto lo studio delle tecniche stilistiche come unico possibile strumento di una poetica e di una poesia moderne. La battaglia di Lef era per un'arte funzionale, determinata nelle sue forme e nel suo linguaggio dalle esigenze della moderna civiltà industriale considerata come tipica per la costruzione socialista. Ritenendo come non più vitali e in via d'estinzione le forme dell'arte nate in un altro contesto produttivo e sociale per soddisfare le esigenze di ristretti gruppi privilegiati, i collaboratori di Lef opponevano alla letteratura tradizionale la "fattografia", una letteratura saggistica su materiali effettivi; alla pittura e alla scultura opponevano la fotografia, il fotomontaggio, e soprattutto forme d'arte legate alla produzione e rivolte a un pubblico di massa (ossia quelle forme d'arte applicata sviluppatesi nell'"industrial design") o destinate alle strade e alle piazze a opera degli artisti "proizvodstvenniki" ("produttivisti"). La battaglia di Lef incontrò resistenze d'ogni genere e finì per essere perduta in una società dove l'industria, la tecnica, le stratificazioni umane da esse indotte con le relative incidenze ideali, di costume, di gusto erano ancora una piccola isola appena affiorante sullo sterminato oceano della Russia contadina e provinciale, mentre, dopo il 1927, con Stalin, la direzione politica optò decisamente per la ben nota politica culturale, avversa a ogni tipo d'avanguardia.

 

 

Le opere

 

                                                                   150.000.000

Poemetto futurista pubblicato anonimo nel 1920. Majakovskij è il fondatore della scuola futurista russa che segnò la fine del simbolismo fino allora in gran voga, introducendo nel linguaggio letterario il modo d'esprimersi rude e volgare dell'operaio. "150.000.000 sono gli artefici di questo poema. Il proiettile ne è il ritmo. - Il ritmo è fuoco che si propaga da casa a casa. - 150.000.000 di uomini parlano con le mie labbra. - Questa edizione è stampata con la rotativa dei loro passi - sulla rude pietra delle piazze". Segue un manifesto che incita alla rivolta contro il mondo che sta sorgendo a Versaglia, e lo firmano la fame, la vendetta, la baionetta e la pistola che vogliono fare i conti coi tranquilli Wilson e Lloyd George, i quali hanno diviso il mondo in due parti: affamati e affamatori. Milioni di uomini e cose rispondono all'appello e si radunano. "I nostri piedi sono la fulminea fuga dei treni, le nostre mani sono i venti che alzano la polvere del mondo, nostre firme sono i bastimenti - nostre ali gli aeroplani". È nato così il gigante russo Ivan, e l'America trema. I bollettini meteorologici segnano l'approssimarsi di un ciclone, la radio parla di una flotta che s'avvicina alle coste americane e finalmente i giornali scoprono la verità: sta per arrivare Ivan. Segue una satirica descrizione della vita americana e di come il presidente di quel grande paese passi il tempo. All'arrivo di Ivan ogni cosa è sconvolta, Wilson si fa massaggiare in attesa del combattimento e "la spada enorme brillò e tagliò per quattro chilometri. - Dal grande corpo aspetta Wilson che esca sangue. - Escono invece 150.000.000 di uomini, cavalli, case, corazzate - cantano e marciano a suon di musica. - O dolore! Dalla nordica Troia arrivò il cavallo carico di rivolta!". 150.000.000 diede a Majakovskij grandissima fama facendone il poeta del proletariato, l'esponente del nuovo mondo della macchina e della materia, il negatore di ogni principio romantico, sentimentale e individuale, l'esaltatore della collettività. G.K.

 

                                                                      LA CIMICE

Commedia scritta nel 1928 e rappresentata con la regia di Mejerchol'd il 13 febbraio 1929. Moderna féerie, La cimice attinge il suo spunto satirico dal confronto tra la società del 1929 e quella del 1979, anno in cui l'A. finge che si svolga l'azione. Un ex-operaio, Prisypkin, i cui ideali sono del più volgare colorito piccolo-borghese, si allontana dalla propria classe in cerca di un "benessere" personale e per fare la "bella vita". Innamoratosi di una manicure, El'zevira Renessàns, figlia di un parrucchiere, decide di sposarla. La cerimonia nuziale degenera però in un'ubriacatura generale che provoca un grande incendio. Tutti trovano la morte, eccetto Prisypkin, che sprofonda nella cantina dove resta congelato dall'acqua delle pompe antincendio. Dopo cinquant'anni viene ritrovato e la società stabilisce di "disgelarlo". Ma gli animi sono cambiati, e Prisypkin, per la sua sregolatezza di vita e i suoi gusti volgari risulta così estraneo e antitetico agli uomini del 1979 che questi, giudicandolo pericoloso, decidono di renderlo innocuo. Insieme a una cimice da lui portata nel nuovo mondo, "rarissimo esemplare di animale estinto ma assai popolare al principio del secolo", viene esposto in qualità di "sbalorditivo parassita" nel giardino zoologico, suscitando nei visitatori orrore e disgusto. La commedia si chiude con le parole che Prisypkin grida dalla sua gabbia al pubblico: "Cittadini, fratelli cari! Di dove venite? Quanti siete? Quando vi hanno tolto dal ghiaccio? E perché sono solo nella gabbia?" "Commedia fantastica", La cimice nasconde in realtà un violento atto d'accusa contro il filisteismo, la sregolatezza e la volgarità del mondo piccolo-borghese della "Nep" (Nuova politica economica), oggetto di satira sia nella narrativa sia nel teatro.

                                                 

MISTERO BUFFO

Composizione teatrale futurista in tre atti e un prologo rappresentata per la prima volta nel 1918. Majakovskij è il massimo esponente del futurismo russo, sorto negli anni della rivoluzione e divenuto l'araldo del bolscevismo. Nel Mistero buffo, che il poeta chiama "rappresentazione epica e satirica della nostra epoca", prendono parte all'azione l'orbe terraqueo, l'arca di Noè, l'inferno e il paradiso; i protagonisti sono 14 uomini puliti, tra cui il Negus d'Abissinia, un ragià e i rappresentanti dei più civili popoli del mondo, e 14 uomini sporchi: uno spazzacamino, un autista, un minatore, ecc., i quali devono simboleggiare il proletariato mondiale. I protagonisti sono radunati al Polo Nord, unico punto abitabile del globo dopo un improvviso diluvio. È costruita l'arca e si fa provvista di viveri, ma gli uomini puliti, eletto re dell'arca il Negus, in nome della legge obbligano gli uomini sporchi a portare dalla stiva sul ponte le provviste che essi mangeranno da soli. Ma il Negus li previene, mangia lui quasi tutto e viene buttato fuori bordo. S'instaura la democrazia, sempre a vantaggio degli uomini puliti, finché gli sporchi si rivoltano e prendono il comando della nave. Appare allora, camminando sul mare, "l'uomo comune", il quale spiega che il paradiso è racchiuso nell'uomo stesso e invita gli sporchi ad arrampicarsi sugli alberi della nave per passare, attraverso le nuvole, in un mondo nuovo. Gli sporchi seguono il consiglio e càpitano nell'inferno dove spaventano i diavoli narrando le torture che subiscono nel nostro mondo i poveri, poi attraversano il paradiso, dove trovano tra i santi Matusalemme, Rousseau, Tolstoj e, ritornati sulla terra, trovano un esercito di macchine immobili, in attesa di essere messe in movimento, e una città moderna di tipo americano, splendente di metalli. Comincia la vita del lavoro felice. Immagini grossolane e materiali, l'enfasi e l'argomento stesso fecero accogliere con entusiasmo quest'opera dalle folle dei lavoratori. G.K.

  

Michaìl Bulgàkov

(Kiev 1891 - Mosca 1940)

 Michaìl Afanasevic Bulgàkov è stato il più grande narratore russo degli anni Venti e Trenta ed uno dei maggiori scrittori russi del secolo.

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Figlio di un professore dell’Accademia ecclesiastica di Kiev, l’autore crebbe in un ambiente colto e agiato, laureandosi in medicina nella sua città natale. Dopo la rivoluzione, abbandonata la medicina per la letteratura, si stabilì a Mosca, dove trovò impiego nella redazione di vari quotidiani, tra cui il giornale dei ferrovieri Gukov (La sirena), con l’incarico di scrivere bozzetti su motivi tratti dalla cronaca e dal costume contemporanei. Erano intanto apparsi su varie riviste dell’epoca  alcuni suoi racconti e frammenti degli Appunti sui polsini, schizzi e note di carattere sostanzialmente autobiografico.

La carriera letteraria di Bulgàkov comincia con un romanzo dedicato alla guerra civile, La guardia bianca , pubblicato sulla rivista Rossija, in cui gli avvenimenti legati all’assedio di Kiev da parte dell’esercito rosso sono rievocati dal punto di vista dei “bianchi” assediati; ben presto però fu costretto a sospendere la pubblicazione del romanzo.

L’anno seguente andò in scena la riduzione teatrale del romanzo, intitolata I giorni dei Turbin; lo spettacolo fu aspramente attaccato dalla critica ufficiale, che vide nella trama (le vicende di alcuni ufficiali bianchi e il tragico sgretolarsi della loro famiglia al tempo della guerra civile) una esaltazione dei nemici del potere sovietico.

Il clima ideologico nel paese si faceva intanto sempre più intollerante: nel 1930, rimasto privo di lavoro, Bulgàkov si rivolse per lettera direttamente a Stalin, ottenendone di essere assunto come

assistente regista, e poi come regista, al Teatro d’arte di Stanislavskji, dove, nel 1936, andò in scena la sua commedia Molière, pungente satira dei rapporti del potere con il mondo dell’arte.

La situazione sul piano pratico sembrò risolta, ma iniziarono in realtà da allora le crisi depressive e di paura, gli inutili tentativi di andare all’estero che avrebbero caratterizzato, da allora in poi, la vita dello scrittore.

L’esperienza di Bulgàkov nel mondo del teatro è rievocata nel brillante e ironico Romanzo teatrale, pubblicato dopo la sua morte.  

Bulgàkov dedicherà gli ultimi anni della sua vita alla stesura del suo capolavoro Il maestro e Margherita , la cui trama, permeata di magico e di fantastico, è allo stesso tempo una riflessione filosofica sull’esistenza e una bellissima storia d’amore. Il romanzo, ricco di spunti satirici riferiti alla realtà sovietica, verrà stampato in URSS in versione censurata solo nel 1966, nel clima del post-disgelo, dopo la morte dell’autore, avvenuta nel 1940.

In un clima del tutto diverso trasportano invece i romanzi brevi Le uova fatali e Cuore di cane.

L’autore vi narra dei disastri provocati da scoperte scientifiche: un raggio che moltiplica la riproduzione cellulare nel primo, la trasformazione di un cane in essere umano nel secondo, incautamente utilizzate all’interno di una società, come quella sovietica, per tanti versi ancora primitiva. I sottintesi ideologici delle due storie, in apparenza solo sarcastici divertissements intellettuali giocati sul piano del surreale, sono facilmente individuabili, e non stupisce perciò che di queste due autentiche gemme quella più sottilmente eversiva, Cuore di cane, fosse rifiutata dagli editori.

 

La guardia bianca

 Pubblicato a puntate sulla rivista "Rossija" nel 1924. Il romanzo non ha una vera trama. Ne sono eroi un gruppo di ufficiali monarchici di stanza a Kíev nel 1918, all'epoca dell'entrata dei  bolscevichi nella città. L'ambiente è quello della media "intelligencija" - la famiglia di un vecchio professore, ridotta dopo la morte del padre e quella più recente della madre a due fratelli e una sorella posti dallo scrittore come specchi a riflettere psicologicamente la realtà mutevole di quegli anni - e ricorda in qualche modo un altro libro che descrive situazioni affini, se non analoghe, durante la guerra civile: Nel vicolo cieco di V. Veresàev.

Il romanzo fu per Bulgàkov la prima tappa di un'evoluzione letteraria molto vivace, rivelatrice di grande versatilità e di acuta sensibilità alle trasformazioni della vita russa.

 Le uova fatali

Bulgàkov non fu soltanto scrittore di tendenza storico-rievocativa, ma osservatore acuto del mondo attraverso il prisma della comicità, come dimostrano, oltre a questo libro, la raccolta Diavoleria e Le avventure di Cicikov, che trapianta il personaggio gogoliano nella società contemporanea. La satira, soprattutto rivolta contro la burocrazia sovietica - bersagliata dalla nuova letteratura quanto quella zarista dagli umoristi del passato - è più scherzosa che acre, ma raggiunge egualmente il proprio scopo. Tipico, per definire il particolare umorismo di Bulgàkov è il racconto "Le uova fatali" che dà il titolo al volume.

Nella Mosca del 1925, cioè in piena "Nep", un esperimento scientifico che dovrebbe troncare la moria delle galline porta alla generazione di galline-mostri che si moltiplicano spaventosamente sino a invadere, nonostante i provvedimenti del partito, l'intero territorio sovietico e a minacciarne la rovina. La catastrofe sarà evitata solo da un'eccezionale ondata di gelo che distrugge non soltanto i mostri ma anche le loro uova.

Fantasticamente ironico, sulla linea del grande modello gogoliano, il racconto (in cui si volle vedere un atteggiamento di fronda antisovietica) sembra anticipare le allegorie satiriche della fantascienza più recente.

 

 

Il maestro e Margherita 

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Questo romanzo esce nel 1967 da Einaudi in prima edizione mondiale, quando l'autore era già morto a Mosca il 10 marzo 1940. Precedentemente pubblicato a puntate sulla rivista sovietica Moskva, aveva subito forti censure. Il successo del romanzo fu immediato e rivelò al mondo questo grande scrittore, che si era dedicato prevalentemente a comporre opere teatrali.

Già l'inizio (il romanzo è diviso in due parti) coinvolge subito il lettore. Due uomini di cultura, Michail Aleksandrovic Berlioz, direttore di una rivista letteraria, e il poeta Ivan Nikolaevic Ponyrëv, conosciuto con lo pseudonimo di Bezdomnyj, davanti ad un laghetto discutono su Gesù Cristo, quando compare un personaggio stranissimo, che si avvicina e chiede il permesso di esprimere il proprio pensiero. Si tratta di Satana e nel migliore dei modi, suscitando immediato interesse, prende il via questa storia. Accadono subito cose assurde. Si parla del processo di Gesù (qui chiamato Jeshua Hanozri) davanti a Ponzio Pilato in maniera diversa rispetto a quanto narrano i Vangeli. Lo strano sconosciuto (a cui viene dato in seguito il nome di Woland) asserisce che ciò che rivela è la verità, in quanto egli era presente. È scambiato per pazzo, ma ecco che di lì a poco Berlioz muore sotto un tram e la testa rotola sul pendio lastricato. Il suo amico Ivan, il poeta, è inorridito, scorge lo sconosciuto in compagnia di uno strano compare (Korov'ev) che dice di essere un maestro di cappella, e di un gatto (Behemoth) che "camminava sulle zampe posteriori". Saranno questi tre misteriosi e buffi personaggi, circondati da altri che compariranno più tardi, tra i quali Azazello e Hella, i conduttori di tutta la storia, determinando la miriade di accadimenti allucinanti e straordinari di cui il romanzo è colmo. C'è molta teatralità, come si scoprirà leggendo il libro, retaggio del mestiere che Bulgakov esercitò per molti anni scrivendo e lavorando per il teatro. Esilarante, nel libro primo, il capitolo VI, La schizofrenia, quando Ivan viene condotto in manicomio, ed anche il capitolo XVII, Una giornata agitata, in cui ne succedono di tutti i colori. Ma capitoli altrettanto brillanti si susseguono, ed in alcuni ecco che fa capolino l'ironia e l'attacco verso talune istituzioni e abitudini della società moscovita: la Società degli scrittori (MASSOLIT), i manicomi, la politica degli alloggi, la vita che si conduce a Mosca sono prese di mira con il massimo divertimento dell'autore, e ogni volta ci accorgiamo del gioco sempre presente in Bulgakov nel momento in cui disegna le sue scene. Tuttavia, se la scrittura è brillante e godibilissima, l'opera sembra non avere quello spessore necessario a farne un capolavoro di cui non si possa fare a meno. Segnalo anche, sempre nel libro primo, il bel capitolo XVI, Il supplizio, in cui viene descritto il trasferimento al Calvario dei due ladroni e di Gesù, e la sofferenza dell'apostolo Matteo, anche qui in contrasto con quanto si legge nei Vangeli.

 

Dopo essere comparso fugacemente nel libro primo del romanzo (capitolo XIII: L'apparizione dell'eroe) nel manicomio dove è rinchiuso Ivan, al quale racconta il suo incontro con una bella sconosciuta, colui che viene chiamato il Maestro (aiutato dalla sconosciuta sta scrivendo il romanzo Ponzio Pilato) apre il libro secondo, accompagnato dalle parole del narratore che si esprime in prima persona, e si apprende che la donna è Margherita Nikolaevna, bella e intelligente, sposata con un uomo giovane, bello, onesto che adorava sua moglie. Margherita ricambia l'amore del Maestro, ed ora va cercandolo, ignorando che si trova anche lui, come Ivan, nel manicomio diretto dal professor Stravinskij. Anche questa seconda parte prende un avvio coinvolgente e Margherita, che si è spalmata una speciale crema ricevuta da Azazello, diventa una strega bella e giovane e come ogni strega si mette a volare a cavallo di una scopa. "Sono invisibile e libera! Sono invisibile e libera!... grida. E così si assiste anche ad un sabba, al quale Margherita partecipa dopo aver volato nei vicoli e sopra la città, prendendosi qualche sua personale vendetta, come quella nei confronti del critico Latunskij, colpevole di aver rovinato il Maestro. Gli episodi che accadono nel romanzo (come per esempio proprio nel XXI, Il volo, in cui si narra del sabba o nel XXII, Il gran ballo da Satana, in cui si narra della festa da ballo di mezzanotte) sono così numerosi e frenetici, frutto di una fantasia davvero incontenibile, che a volte possono apparire eccessivi, ossia non del tutto necessari, e tali da frastornare il lettore. Come pure, a mio avviso, non riescono a prendere una loro rilevante fisionomia i personaggi di Margherita e del Maestro. Ciò nonostante un'opera notevole. Per aver partecipato al ballo, Margherita riceve come premio la liberazione del Maestro, che infatti compare nella stanza dove lei si trova con Woland-Satana. Compare anche il manoscritto su Ponzio Pilato che era stato distrutto e i due innamorati possono far ritorno nel loro scantinato, dove proseguiranno la stesura del romanzo. Così si riprende la storia di Jeshua dal punto in cui, all'inizio del libro, l'abbiamo ascoltata nella narrazione dello stesso Satana al laghetto di Patriaršie. Scoppia, quindi, il furioso temporale che oscura il cielo, e Giuda il traditore cade nell'agguato tesogli da una spia di Pilato, Afranio, mentre credeva di andare ad un appuntamento galante con un'adultera, Nisa. Con l'avvio del capitolo XXVII la convergenza tra il racconto di Satana e il romanzo che il Maestro va componendo diventa esplicita. Ed esplicita diviene, nello stesso capitolo, la contaminazione che subisce, della storia narrata, il poeta Ivan. Nel finale il romanzo assume l'andamento di un giallo. Si sta cercando il mago Woland, giacché s'intuisce che sia lui la causa degli strani avvenimenti accaduti, ma non si riesce a trovarlo, pur essendo certi che egli sia dentro un misterioso appartamento, il n. 50 (che poi prenderà fuoco); tuttavia ogni volta che vi irrompono, non c'è nessuno. Ma Bulgakov ancora ci stupisce, quando Levi Matteo, che abbiamo visto in disparte al momento della crocifissione, riesce a trovare Woland e gli riferisce che anche Jeshua ha letto il libro del Maestro, e desidera che Woland s'incarichi di ricompensarlo col riposo. Se ne occuperà Azazello, ma prima che il Maestro e Margherita scompaiano, volando si recano nel manicomio dove è rinchiuso Ivan e si assiste ad una specie di passaggio delle consegne tra il Maestro e il poeta: sarà questi, infatti, che dovrà scrivere il seguito su di lui, ossia su Jeshua. I vari fili dispiegati da Bulgakov ecco quindi che piano piano confluiscono e s'intrecciano in una tela che fa di questo romanzo un'opera davvero complessa ed originale; tuttavia piuttosto fredda, come se fosse stata costruita a tavolino, in un gioco che alla fine si rivela incapace di suscitare durature emozioni. Un altro bel capitolo da segnalare è il XXXII, Il perdono e l'eterno rifugio, in cui si assiste alla liberazione di Pilato dal suo tormento e si trovano descrizioni magiche come questa: E, finalmente, Woland volava anch'egli col suo vero sembiante. Margherita non avrebbe potuto dire di che cosa erano fatte le briglie del suo cavallo, e pensava che, forse, erano catenelle di raggi lunari e il cavallo era soltanto un blocco di tenebra, e la criniera di questo cavallo, una nube, e gli speroni del cavaliere, bianche macchie di stelle.

 

La corazzata Potêmkin........il film e il regista

Il film

Racconto, parzialmente inventato, dell'ammutinamento dei marinai dell'incrociatore corazzato Kniaz Potëmkin Tavricevskil, scoppiato a Odessa il 27 giugno, uno degli episodi che si svolsero in Russia durante i movimenti rivoluzionari del 1905. Commissionato dal governo sovietico per il ventennale, il film è costruito come un dramma in cinque atti che lo stesso S.M. Ejzenštejn titolò: 1) Uomini e vermi; 2) Dramma sul ponte; 3) Il sangue grida vendetta; 4) La scalinata di Odessa; 5) Il passaggio attraverso la squadra.

Ognuna delle cinque parti – paragonabili ai movimenti di una sinfonia – è imperniata su un elemento che ne costituisce l'unità visiva. Questo breve poema epico – che è anche uno straordinario esempio di cinema di propaganda – rappresenta, nel tormentato itinerario di Ejzenštejn, il momento di equilibrio e armonia tra ideologia e formalismo, ricerche d'avanguardia e tradizione, teoria e pratica.

 


Il regista

Nato in Lettonia, da una famiglia ebraica di origine tedesca, Sergéj Michàjlovic Ejzenštèjn (Riga, 1898- Mosca, 1948) dimostra fin dall’adolescenza una spiccata sensibilità artistica. Intrapresi gli studi di ingegneria, durante la guerra civile abbandona l’università e si arruola nell’armata rossa. All’indomani della vittoria sulle armate bianche, entra come scenografo al teatro del proletariato di Leningrado. Nel 1924 lascia il teatro per il cinema. La prima opera diretta è Sciopero, apologo rivoluzionario in sei atti. L’anno successivo gira La corazzata Potemkin, drammatica rievocazione del moto rivoluzionario del 1905, capolavoro indiscusso della cinematografia mondiale. In questo film, il suo autore con gusto  realistico e quasi documentaristico descrive l’ammutinamento dell’equipaggio della corazzata e il feroce tentativo delle truppe zariste di reprimere il moto rivoluzionario nella città di Odessa. Alla corazzata Potemkin, segue, nel 1929, La linea generale. In questo stesso anno Ejzenštèjn si reca prima in Europa occidentale e nel 1930 a Hollywood. Negli Stati Uniti, malgrado i contrasti con la casa di produzione Paramount, gira Lampi sul Messico (1933). Tornato in Patria nel 1938 esplode con il nuovo successo Aleksandr Nevskij, perfetta rappresentazione sul piano stilistico. Dal 1940 si dedica al progetto di una biografia in tre parti dello zar Ivan IV. Nel 1944 è completata la prima parte: Ivan il terribile premiata  ufficialmente con il premio Stàlin. La seconda parte, La congiura dei Boiardi, viene invece censurata dalle autorità sovietiche per la manifesta trasposizione di Stàlin nella figura dello zar.

 

 

 La corazzata Potemkin      (attivare il filmato al passaggio del mouse) 

 

 

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