Il termine, letteralmente "immagine", indica
nella tradizione ortodossa le "immagini sante" oggetto di venerazione nel culto
cristiano, che assunsero, dal concilio niceno II (843) in poi, valenza di vera e propria
"dogmatica a colori", corrispondente alla concezione neoplatonica dellarte
religiosa che formula il rapporto tra icona e suo prototipo come figurazione
"epifanica" del divino escludendo ogni derivazione mimetica dalla natura
(Giovanni Damasceno, Difesa delle sacre immagine, VIII sec). Il canone figurativo e
larchetipo iconografico, strettamente legati al culto liturgico, vennero fissati a
partire dal suddetto concilio e la continuità dei prototipi venne garantita dalla
divulgazione dei manuali dei pittori riproducenti modelli, regole tecniche e spirituali
necessarie alla corretta replica dei "tipi". In origine licona designava
ogni tipo di immagine devozionale, comprendendo icone in diverse tecniche materiali
derivate dalla tradizione ellenistica. I rari esemplari sfuggiti alle distruzioni degli
iconoclasti delle icone più antiche sono dipinti ad encausto su legno e risalgono al IV
VIII sec. Il modella dellicona dipinta su tavola di formato rettangolare, ad
immagine singola frontale, rimarrà il più usato anche in epoche successive, affiancato
da trittici e da nuove forme e soluzioni iconografiche che andarono complicandosi
progressivamente con lo spegnersi delle manifestazioni iconoclaste. Lo sviluppo
dellicona dipinta, iniziato in epoca macedone ( X sec ), trova la sua massima
espressione nello stile comneno del XII sec, più liberamente pittorico e caratterizzato
da una forte tensione emotiva e in particolare durante la "rinascenza
paleologa", periodo al quale sono riferibili gran parte degli esempi dipinti a
tempera, su cui veniva stesa una vernice dolio di lino per favorire la lucentezza
dei colori, mentre sul fondo veniva applicata una foglia doro. Il ritorno ai
prototipi e il ripetersi dei tipi iconografici prestabiliti fu un fattore che durò ben
oltre la caduta dellImpero di Bisanzio (1453). Il fenomeno della pittura di icone
continuò con i pittori itineranti ( Cicladi, Tessaglia, ecc
) e nel XVIII è ancora
caratteristico il ritorno ai prototipi della "rinascenza paleologa". Un gruppo
di icone, il cui centro di produzione
fu probabilmente Aleppo, e poi Gerusalemme eseguite a
partire dalla fine del XVI sec, negli ambienti cristiani di rito melchita, insidiatisi in
Siria, si collocano, per il carattere popolare ed orientale della traduzione degli stilemi
bizantini, allestremo confine della pittura bizantina. Queste icone sono in gran
parte firmate, tra i primi autori si ricordano Giuseppe il pittore di Aleppo, il celebre
Silvestro il Cipriota e Michele il Cretese. La pittura di icone storicamente nasce dalla
tecnica dell'affresco, ma si è evoluta in maniera abbastanza complessa, soprattutto per
la preparazione della tavola, che non deve incurvarsi e deve essere resistente agli agenti
atmosferici. La stesura dell'oro sul disegno, fatto a matita e poi inciso con un ago,
costituisce lo sfondo. Poi l'artista dipinge servendosi di colori fatti con polveri
naturali mescolate al giallo d'uovo. Quando la pittura è terminata, si
applica sulla superficie uno strato protettivo, composto
del migliore olio di lino e di varie resine, come l'ambra gialla. Questa vernice imbeve i
colori e ne fa una massa omogenea, dura e resistente. Alla sua superficie vengono fissate
le polveri, e questo col tempo dà alla massa una tinta scura. Se la si toglie, i colori
appaiono al di sotto nel loro splendore originale.
Essendo non soltanto il frutto di un'ispirazione
artistica e di una certa libertà nella tecnica, ma anche l'espressione di una tradizione
ecclesiale, le icone -stando al 2° Concilio di Nicea- possono essere considerate
autentiche solo se vi è un consenso della chiesa.
Il luogo liturgico fondamentale delle icone è il tempio
e, nel tempio, anzitutto l'iconostasi, cioè la parete che separa i fedeli dal santuario
ove si celebra il sacrificio.
Di regola gli iconografi sono dei monaci cui l'igumeno
ha concesso l'autorizzazione a dipingere.
Nel mondo slavo e bizantino la contemplazione delle
icone aveva (ed ha) un valore salvifico pari a quello della lettura delle Sacre Scritture.
Di qui l'accesa disputa passata alla storia col nome di "iconoclastia".
Tre sono le caratteristiche fondamentali di tutte le
icone:
1. la luce naturale non ha alcun valore, ma sia essa che
tutti i colori terreni sono soltanto luce e colori riflessi; nell'icona quindi non c'è
ombra o chiaroscuro; il fondo e tutte le linee, le sottolineature d'oro vogliono proprio
significare una luce sovrannaturale;
2. la prospettiva è rovesciata, poiché le linee si
dirigono in senso inverso rispetto a chi guarda, cioè non verso un punto di fuga dietro
il quadro, ma proprio verso un punto esterno, che avvicina le linee allo spettatore, dando
l'impressione che i personaggi gli vadano incontro (i profili infatti non esistono, se non
per indicare i peccatori, né la tridimensionalità, in quanto la profondità viene data
solo spiritualmente, dall'intensità degli sguardi);
3. le proporzioni delle figure, la posizione degli
oggetti, la loro grandezza non sono naturali (pesi e volumi non esistono), ma relative al
valore delle persone o delle cose: non esiste naturalismo o realismo (cioè la
ritrattistica), ma solo simbolismo.
Il corpo, sempre slanciato, sottile, con testa e piedi
minuscoli, è disegnato a tratti leggeri, e il più delle volte segue le linee delle volte
del tempio, in quanto la pittura dipende dall'architettura. Tutto comunque è dominato dal
volto, perché è da qui che il pittore prende le mosse. Gli occhi sono molto grandi,
fissi, a volte malinconici, sotto una fronte larga e alta; il naso è allungato, le labbra
sono sottili, il mento è sfuggente, il collo è gonfio. Tutto per indicare ascesi,
purezza, interiorità...
Altro aspetto frequente che si trova nelle icone è la
simmetria, che indica un centro ideale al quale tutto converge.
In Europa occidentale l'iconografia è rimasta
sostanzialmente di tipo bizantino sino a Duccio di Boninsegna e Giotto, cioè sino al
momento in cui si è cominciato a introdurre la prospettiva della profondità, il
chiaroscuro naturalistico, il realismo ottico, perdendo così progressivamente il
carattere misterico e trascendente delle rappresentazioni sacre.
ANDREJ RUBLJOV La prima voce nazionale nella storia
della pittura russa.
Le testimonianze biografiche su Andrej Rubljov sono
eccezionalmente scarse. La data della sua nascita è stata fissata, con approssimazione,
al 1360. Non si sa dove nacque. Poche delle sue opere si sono conservate fino ai nostri
giorni. Le fonti storiche lo descrivono come "un uomo buono e pacifico, pieno di
serenità e limpidezza, attento studioso delle opere artistiche dei suoi
predecessori".
Di regola, gli antichi artisti russi non firmavano le
loro opere, e le cronache citano i loro lavori solo in casi straordinari, cioè quando i
committenti erano principi o alte autorità ecclesiastiche.
Viceversa, di Rubljov parlano cronache, leggende e il
suo nome si è tramandato nei secoli. La sua giovinezza cade nell'epoca in cui la Russia
umiliata dai tatari, vede, dopo la famosa battaglia di Kulikovo (1380), il rifiorire delle
sue forze morali, politiche e culturali. Rubljov è tra quegli artisti che furono
trascinati da questa ondata creativa.
Il primo accenno a Rubljov che troviamo nelle cronache
risale al 1405, anno in cui fu invitato a partecipare alla decorazione dell'iconostasi
della cattedrale dell'Annunciazione del Cremlino. Il suo nome segue quello di due artisti
più anziani, il famoso Teofane il Greco e lo starez Prochor di Gorodec.
Durante il suo soggiorno moscovita, Rubljov creò anche
un capolavoro d'arte della miniatura: il Vangelo di Chitrovo.
Il 25 maggio 1408 il principe di Mosca Dmitrievic
invia a Vladimir, la più antica città in terra russa,
i migliori artisti moscoviti, tra cui appunto Rubljov, con l'incarico di ridipingere
l'antica cattedrale dell'Assunzione, decaduta durante i secoli di dominazione tatara.
Nel terzo decennio del XV sec. egli fu legato, per
diversi anni, al monastero della Trinità di S. Sergio di Radonez, che stava risorgendo
dopo la distruzione compiuta dai tatari nel 1409.
Sul luogo della chiesa di legno fu eretta, con pietra
bianca, la cattedrale della Trinità, conservatasi fino ai giorni nostri, nel monastero di
s. Sergio (oggi Zagorsk, nei pressi di Mosca). Per le icone e gli affreschi i pittori
designati nel 1424-26 furono soprattutto Rubljov e il suo inseparabile amico Danil
Cjornyj.
A questo periodo risale la sua famosa Trinità, il cui
restauro è del 1904 (essa faceva parte dell'iconostasi della cattedrale; oggi si trova
nella Galleria Tetrjakov).
Lunghi anni come monaco Rubljov trascorre nel monastero
di Andronikov, una delle più antiche località di Mosca e grande centro culturale di fine
sec. XIV.
Verso la fine del terzo decennio del XV sec., in questo
monastero si eresse una cattedrale dedicata al "Salvatore non dipinto da mano
umana", ora considerata uno dei monumenti architettonici più antichi di Mosca. La
decorazione della cattedrale del Salvatore è l'ultima opera di Rubljov.
L'artista morì nel 1430, nello stesso monastero. Il
luogo dove fu sepolto ci è ignoto. Nel XVIII sec. esisteva ancora l'epigrafe tombale, che
poi scomparve.
Nel 1551, sotto il regno di Ivan il Terribile, allorché
i problemi artistici divennero questione di prestigio statale, fu emanata dal Concilio dei
Cento Capitoli un'ordinanza che prescriveva l'obbligo di dipingere le icone sul modello di
quelle di "Andrej Rubljov e degli altri celebrati pittori".
Il territorio del monastero di Andronikov è stato a lui
consacrato e ospita ora il Museo d'arte russa antica che ne reca il nome.